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BIOGRAFIA


Il lavoro di Herself viene salutato dalla critica come un armonico meeting tra Sparklehorse, Gravenhurst e Will Oldham. Con un pugno di dischi alle spalle (per etichette quali Jestrai Records e l’inglese Death Letter Tapes), Herself è la personale creazione di Gioele Valenti, songwriter di folk apocalittico a bassa fedeltà.

Herself arringa i propri personali fantasmi in dischi registrati con mezzi di produzione decisamente poveri, riflettendo interamente la personalità del fondatore.

Ha suonato con Damo Suzuki's Network e fatto parecchi warming up per gruppi quali Swans, Dinosaur Jr., Verdena, Giardini di Mirò, Jennifer Gentle…

Herself is the musical alter ego of Gioele Valenti - Italy based writer and folk singer. Herself was born as an intimate and soloist project who turn into a live band. Gioele also amuse hiself writin' gothic-pop novels (Raven Shaped mood, Il Filo edizioni) and playin' in a no-wave/avant-rock combo named Foreyard. When he can, also loves to take a promenade in the rising sun (early in the morning) and recording into abandoned houses - just a fetishistic passion.




Reviews

Herself
Herself
CD DeAmbula/ Venus/ Acid Cobra Digital
(2012)

Si ripresenta sottovoce, com'è suo costume e quasi temesse di disturbare flussi di suoni e parole altrui, di gente più famosa - e spesso assai meno interessante - di lui, Gioele Valenti, e del suo nom de plume: Herself.
Scrupolo davvero esagerato, il suo, e tantomeno necessario all'artista che da una buona decina di anni rappresenta una delle voci più intriganti, raffinate e ispirate nel panorama indie italiano.
Ad elencare i nomi ai quali è stato accostato si finirebbe tuttavia per fargli un torto e ridurlo a quel diligente discepolo del lo-fi che non è mai stato. A dispetto della parsimonia di mezzi che ne ha caratterizzato le produzioni e dell'umiltà con la quale s'è fatto avanti su questa scena.
Lasciamo perciò da parte rimembranze e assonanze, confronti e riscontri. Herself s'è più che guadagnato il diritto di essere giudicato giusto per le canzoni che scrive, arrangia e interpreta con la passione e il gusto dell'artigiano e senza le velleità di chi vorrebbe fare dell'una e dell'altro dei meri ferri del mestiere.
Diremo così che la sua quarta raccolta è un catalogo di delicatessen folk declinate sui paradigmi della canzone indiepop o della psychofantasia da camera, un album che affascina per gentilezza di maniere e profondità d'ispirazione almeno quanto desta ammirazione per la squisita fattura dei suoni messi insieme da un "nice people" tra il quale spicca il nome di Amaury Cambuzat.
Il più sincero dei bentornati.

Elio Bussolino
Rockerilla
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Herself
Homework
CD Jestrai/5ive Roses
(2008)

Lui lo definisce il disco pop degli Herself. E lo dice lanciando uno sguardo che trapana qualsiasi dubbio, obiezione, perplessità che sfiori vagamente la testa dell'interlocutore. Perché il nuovo album di Gioele Valenti/Herself, musicista e scrittore palermitano, di pop ha ben poco, almeno ad un ascolto tradizionale. Le batterie minimali e tribali a creare atmosfere da sabba desertico. Chitarre e bassi attraversati da scariche elettriche e percossi da plettri usati come vanghe di ferro. Le voci filtrate di effetti, rumore e crepuscolarismo. Poi, certo, c'è sempre Nick Drake a battere cassa per la robusta ossatura folk di questi nove brani. C'è sempre il vento di Abbey Road a impolverare certi giri di chitarra acustica. E c'è sempre l'approccio a bassa fedeltà di Valenti, sfoltire il superfluo e rinforzare il necessario. E che superfluo. E che necessario. Perché se pop deve essere, quello di Herself non può che essere a quattro dimensioni. Quattro come le pareti di una camera. E non è un caso che sia "Homework" il titolo del terzo album ufficiale – escluso un oscuro demo dalle forti pulsioni avanguardiste. Anche stavolta fatto in casa. Anche stavolta un lavoro che riassume tutte le inclinazioni di quel giano bifronte che è Valenti. Il neofolk e il noise. La bellezza e la cacofonia. Dove i sospiri contano più dei ritornelli e l'acustica viene sventrata come e più di un'elettrica. C'è dunque il rock'n'roll segaligno e sudato di "Hate 1", ideale prosecuzione del sonico lavaggio del cervello operato da "To Become A Trappist/Aerolith" contenuta nel precedente disco. C'è la malinconia che profuma di Scozia prima ancora che di Sicilia di "Between Two Starz". C'è l'arrembante melodia di "The One", che rivede in unplugged tutto un immaginario sonoro che finora pareva esclusivo appannaggio degli shoegazer. E c'è la concezione del dolore di "To An Old Friend", una canzone che, con passo svelto e un filo di voce, è un continuo tornare nel mondo ovattato e a mezze tinte dei ricordi, per salutare qualcuno che non c'è più e per rielaborare il lutto di chi è rimasto al di qua del guado. Parafrasando gli Offlaga Disco Pax, il talento di Gioele Valenti è come l'universo. In espansione. E "Homework" è forse un buon modo per combattere quella stanchezza terribile che ormai sembra accompagnare i riff, le strofe, i musicisti e gli ascoltatori di gran parte della musica moderna. (22-09-2008)

Rockit
di Mario Lo Jacono
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Herself
Homework
CD Jestrai/5ive Roses
(2008)

La natura casereccia di quest'altro lavoro di Gioele Valenti, o Herself che chiamar si voglia, sta in bella vista nel titolo, anche se a tale riguardo non ci sarebbe proprio stata ragione di dubitare alcunché. Difficile infatti mettere da parte l'abitudine a certe modalità quando queste sembrano configurarsi prima di tutto come una precisa e naturale attitudine. E ancora più arduo rinunciare alle prerogative messe in mostra da Herself nel precedente "God is a Major", ovvero: forbitezza melodica e totale dimestichezza con la sintassi lo-fi. Due anni dopo, questo "compito a casa" si presenta persino più ispirato e curato sotto il profilo formale, ciò che autorizza sempre di più a individuare in lui la più plausibile controfigura italiana a Mark Linkous. O Sparklehorse che dir si voglia... [7/10]

Elio Bussolino
Rockerilla
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Herself
Homework
CD Jestrai/5ive Roses
(2008)

L’uscita di “God Is A Major”, l’esordio discografico di Gioele Valenti alias Herself, è stata la prima pietra della new wave di casa Jestrai: una nuova politica per la label di Bergamo, non più indirizzata al rock in italiano sulla falsariga dei Verdena, ma a un indie internazionale capace di spaziare dal rock’n’roll (Fiub) al cantautorato lo-fi costruendosi una nuova identità di maggior spessore artistico. Ora, due anni dopo, Herself torna con un nuovo lavoro, “Homework”, sempre su Jestrai (che nel mentre ha perseguito la sua nuova politica pubblicando, tra gli altri, Dente) e conferma tutto quello che di buono è stato scritto sul suo conto con un disco più maturo e più focalizzato. Le coordinate sono sempre le stesse: un cantautorato lo-fi statunitense che guarda a gente come Sparklehorse e Gravenhurst (con qualche tocco di Eels qua e là) ma non rinuncia alla ricerca della personalità per evitare quel puzzo di stantio proprio della scopiazzatura all’italiana. In queste nove canzoni, Herself dimostra di avere diverse marce in più rispetto a chi, magari con tutte le migliori intenzioni, si limita a riproporre il cliché del cantautore solitario. Le sue canzoni vivono di vita propria ed è forse la cosa migliore, in una scena che si barcamena grazie all’accanimento terapeutico.

Hamilton Santià
http://www.ilmucchio.it/
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Herself
God is a major
CD Jestrai/Venus
(2006)

Arriva il freddo, e per converso servono dischi caldi. Le scintille in "God is a major" non provengono da chitarre in fiamme o batterie squartate con voce rotta, ma dal poco di un concept in voga negli anni Duemila: il palermitano Gioele Valenti rimbocca le coperte in una 'stamberga fatiscente' (parole sue) al solo lume del Fostex e del masterizzatore, che partoriscono idee concrete come Hidden, anello di congiunzione tra i Tunng e Six Organs Of Admittance. Waterline è apologia di una nota sola. Day goes by con Stoned ricordano Linkous, e Report dimostra di conoscere anche il pop umbratile e mai troppo dolce dei fu Delgados. La logica dello yin e yang esige una goccia di maligno (To become a trappist) che viola i taciti patti espressi dal 'manifesto' July 2, by the lake... Datelo al Thom Yorke degli ultimi tempi e ne ricaverà una signora produzione internazionale. [7/8]

Enrico Veronese
Blow Up Magazine
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Herself
God is a major
CD Jestrai/Venus
(2006)

Immersi nel mare della discografia indipendente italiana si impara a nuotare. Arriva un disco di un’etichetta e sai già quello che ti aspetta, più o meno. Fino ad Herself, ad esempio, sapevo perfettamente come avrebbe suonato un disco della Jestrai. Che cos’è successo? Da dove diavolo spunta fuori una roba del genere? Dove sono finiti i power-chord e l’attitudine post-grunge? Il cantato in italiano e la spasmodica ricerca dei nuovi Verdena? Finalmente abbiamo cambiato rotta, e non poteva esserci sorpresa migliore. Insomma, “God Is A Major” è proprio un grande ritorno ed Herself – monicker di Gioele Valeti, proveniente dalla Sicilia, terra di altri cantautori "americani" come Cesare Basile e Pietro De Cristofaro – si conferma talento sopraffino e grande canalizzatore di influenze. Nelle canzoni di “God Is A Major” convivono Mark Linkous, Mark Oliver Everett e Daniel Johnston, e non c’è una citazione che non sia metabolizzata e resa alla perfezione. Lo-fi per anime erranti, musica che di italiano ha solo la provenienza geografica mentre il cervello, l’anima e magari anche il corpo stanno già da tutt’altra parte. Musica da esportazione che non verrà mai considerata musica da esportazione. Ed è un peccato, perché si tratta di un disco capace di sorprendere e stupire. Qualità non da poco considerando l’anno discografico che sta per concludersi. A mio avviso, tra le cose migliori pubblicate in Italia negli ultimi tempi.

Hamilton Santià
Mucchio Selvaggio on line
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Herself
God is a major
CD Jestrai/Venus
(2006)

Sto ascoltando da appena pochi secondi l’incantevole July 2, by the lake quando dalla finestra della mia stanza intravedo improvvisamente la sagoma smisurata di un povero elefante vestito a festa che transita lentamente sotto il mio balcone, benedetto da una pioggia sottile e seguito a passo d’uomo da una fila di autovetture pazienti, nel disarmante silenzio di un grigissimo pomeriggio d’Ottobre. Pochi secondi appena – solo pochi attimi – sono sufficienti affinché immagini, suoni e parole riescano a tratteggiare, in tutte le sue bizzarre sfumature, il surreale funerale circense del malcapitato gigante della savana. Questa triste immagine fuori dal tempo non poteva che accompagnare, inevitabilmente, anche l’ascolto di tutte le altre tracce di “God is a major”, il secondo disco di Herself, uscito per Jestrai. A dire il vero sembra quasi che tutte e dieci le canzoni siano state appositamente commissionate per il malinconico evento. Dalla dondolante placidità della prima traccia, 5.38/dawn in my garden, fino all’epilettica acidità del brano conclusivo, To become a trappist/aerolith, tutte le composizioni del musicista siciliano (all’anagrafe Gioele Valenti) viaggiano infatti sulle disarmanti frequenze di un neofolk cantautorale intimamente siderale e privo di richiami terreni che non siano quelli del 4 piste Fostex e del masterizzatore utilizzati per la registrazione. Tra spettrali pulsioni sonore vicine ai cangianti Windsor For The Derby (Hidden e Waterline) e sonnolenti slanci introspettivi di sola voce/chitarra (Days goes by, Stoned) dotati di un non comune sense of sensibility che si fa musica – come solo Will Oldham e pochi altri song-writers americani hanno ricevuto in dono – Herself si chiude ermeticamente nel suo guscio di noce sussurrando appena qualche docile parola, nella vivida speranza che qualcuno possa sentirlo da fuori per poi comprenderlo nella sua minimale immensità.

Antonio Belmonte - 15/11/2006
LA SCENA.IT
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Herself
God is a major
CD Jestrai/Venus
(2006)

A poco più di un anno di distanza dall'esordio "Please Please Please, Leave Now", Herself (aka Gioele Valenti, autore di racconti gothic-pop e musicista nei Rebekah Spleen) consegna alle stampe il suo nuovo album per l'etichetta Jestrai: la formula muta relativamente, poiché il nostro si cimenta anche in questa occasione in una sorta di folk rock crepuscolare caratterizzato da una produzione 'lo-fi'. Registrato, come da note biografiche, "nella stanza di una stamberga fatiscente", "God Is A Major" sciorina dieci episodi onirici, spettrali ed evocativi, che in più di un'occasione rimandano all'opera di Sparklehorse, specie nell'utilizzo del cantato, e Windsor For The Derby (periodo "Emotional Rescue Lp"). E' il caso di "Hidden", tesa e magnetica, che al pari delle successive "Waterline" e "Day Goes By" trasporta chi si pone all'ascolto in un universo bucolico ma, al contempo, vagamente sinistro. I toni si stemperano nel suggestivo dittico "July 2, By The Lake"/"Stoned", laddove talune soffuse tessiture elettroniche addolciscono le atmosfere claustrofobiche del platter. Il finale risulta peraltro incisivo per tramite della vivace "To Become A Trappist/Aerolith. Una conferma per Herself, a prescindere dalle evidenti influenze citate in precedenza.

Michele Dicuonzo
SENSORIUM.IT
pubblicato il 31/10/2006
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Herself
God is a major
CD Jestrai/Venus
(2006)

Intimismo, ricerca interiore, isolazionismo. Questi gli ingredienti da me percepiti del secondo parto discografico per Gioele Valenti, mente e braccio del progetto Herself. L'essenzialità strumentale delle 10 tracce, unita alla voce spesso sussurrata del nostro, rimanda ad artisti che nel folk cantautoriale hanno trovato un mezzo espressivo fortemente emozionale, dove il testo è cullato dall'acustica e da poco altro (chincaglierie elettroniche, percussioni, riverberi..) e diventa pilastro della composizione. Il primo accostamento che mi viene alla mente ascoltando Herself e quello con Mark Linkous aka Sparklehorse. Per la voce, per le linee melodiche, per quel low-fi "compresso" e pacato. "Day goes by", "July 2, by the lake"e "Stoned" ne sono l'esempio più lampante. E sono tutti ottimi pezzi. Analizzando invece "Hidden", "Waterline" e "Report" (molto bella quest'ultima) la progressione armonica sposta l'attenzione verso un certo folk "apocalittico", che caratterizza la scrittura dell'ultimo Michael Gira (guru dei seminali Swans), fra Angel of Lights, progetti con Dan Metz e quindi anche con i Windsor for the derby il cui, a mio avviso capolavoro "The emotional rescue" di qualche anno fa, esemplifica una sorta di "corrispondenza di amorosi sensi" con il progetto Herself. L'eccezione è rappresentata dalla traccia di chiusura del lavoro "To become a trappist/aerolith", scheggia impazzita con voce e basso distorti, batteria sferragliante e ritmo forsennato, giù verso il no(wave)ise più schizofrenico, influenza derivata forse anche dal progetto collaterale di Herself, tal Rebekah Spleen, insieme all'amico Alessio Bosco, di cui leggo nella biografia. "God is a major" è un lavoro di sicuro interesse, reso ancor più ambizioso dai testi in inglese che potrebbero dargli visibilità anche al di fuori della penisola. L'art-work è essenziale ma d'effetto. E ascoltandolo ci si immagina Gioele Valenti, con l'acustica, il quattro piste, il masterizzatore e poche parole scritte su fogli di quaderno a righe, nelle case disabitate in cui gli piace registrare, con alla finestra Will Oldham che annuisce di approvazione.

SONICBANDS.IT
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Herself
God is a major
CD Jestrai/Venus
(2006)

Eclettico ed instancabile artista Giole Valenti, che sotto lo pseudonimo di Herself propone il suo secondo lavoro dopo il fortunato esordio di un'anno e mezzo fa dal titolo "Please please please, leave now". L'impronta intimista non manca neanche in questo lavoro che unisce il folk di matrice cantautorale a cupe ballate semplici e dirette dove la chitarra acustica fa da padrona e i ritmi vengono scanditi da pennate tanto ipnotiche quanto ossessive come quelle di "Waterline". Ma c'è spazio anche per brani più lenti e cantilenanti come "Day goes by" o "July 2, by the lake". Sulle orme di Will Oldham anche Herself crea scenari dal pregnante spessore emotivo, dove la malinconia è di casa in ogni brano e dove anche il minimalismo regna sovrano. Le dieci tracce che compongono "God is a major" riescono a stimolare le corde dell'animo grazie a pezzi come "Stand in a graveyard" o "Stoned", dove la poesia si fa ancora più delicata e affascinante. Ottima anche la scelta strumentale di "Perpetual, youth" che funge come una sorta di introduzione ad un finale inaspettato come quello di "To become a trappist/aerolith" di estrazione prettamente no wave. "God is a major" è un album che lascia spiazzati per la sua quiete quasi surreale lunga nove brani e per l'ultima traccia quasi schizofrenica.

KDCOBAIN.IT
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Herself
God is a major
CD Jestrai/Venus
(2006)

A volte ascoltare un disco è davvero un piacere. E il piacere è maggiore se del disco in questione non si conosce nulla, ma poi lo si mette su, questo parte e... meraviglia! Il mio approccio a 'God is a major' è stato proprio così. Ed è stato sicuramente il modo migliore per conoscere il secondo lavoro di Gioele Valenti, in arte Herself. Uno che in cameretta e con un semplice quattro tracce compone e registra dieci canzoni speciali. Si è cibato di tanti piatti succulenti prima di mettersi all’opera, e il menu comprendeva di certo Gravenhurts, Will Oldham, Windsor For The Derby, Iron & Wine, gli Sparklehorse più intimisti, Elliott Smith. Tutto è incentrato sul sempre intramontabile binomio voce/chitarra acustica, ma tante piccole cose ogni tanto fanno capolino nella registrazione: una batteria, un pianoforte, un’altra chitarra, piccoli aggeggi elettronici e tanto cervello nello scriverle, quelle dieci semplici ma incredibili canzoni. E tanto sentimento nell’interpretarle, quelle dieci intime canzoni dal senso universale. E tanta bravura nel dar loro una tonalità diversa dal solito folk di stampo cantautorale: ombre, sfumature low fi, piccole gocce di psichedelia, sogni in delirio e incubi dettati dalla claustrofobia. Canzoni di alto livello (su tutte Hidden, Report e una Stoned che potrebbe essere stata scritta dal miglior Mark Linkous), che una volta risvegliate prendono vita e iniziamo a muoversi da sole evocando ricordi e tante, tante sensazioni, liete o tristi che siano.

Paolo Viscardi
Da Rocklab
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Herself
God is a major
CD Jestrai/Venus
(2006)

Ha fatto tutto lei, cioè lui. Cioè Gioele Valenti, narratore e musicista palermitano nascosto dietro allo pseudonimo di Herself. E lo ha fatto molto bene, in semplicità, tra i muri della sua camera: Please please please leave now è un debutto tanto misurato e senza pretese quanto maturo e ben riuscito, con nove canzoni che non sfigurerebbero affatto a un raduno indie-folk americano tra i campioni del genere (magari insieme all'ultimo arrivato Birds of America). Chitarre acustiche che risuonano metalliche, accompagnate da qualche discreto intervento elettrico, ritmico o elettronico. Arpeggi scarni che si di-stendono tra sussurri delicati, echi cosmiciframmenti di oscurità. E una Suite Creep che chiude in gloria. Bassa fedeltà, altissima sensibilità.

By Andrea Pomini
Rumore
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Herself
God is a major
CD Jestrai/Venus
(2006)

Prendete Sparklehorse, Goodmorningboy, Iron & Wine e uno a caso tra Devendra Banhart, Nick Cave e Beck. Chiudeteli tutti insieme in una stanza satura di fumo, con le pareti vagamente psichedeliche. Dategli una sola chitarra acustica ed un campionatore. Aspettate due giorni e poi tornate a vedere cosa hanno combinato. Se non si sono uccisi tra loro, avranno tirato fuori qualcosa che si avvicina alla musica degli Herself. Messa in questo modo, sembrerebbe un gran casino, in realtà è tutto estremamente semplice. [...]Qualche incursione nella ballata rock, immediatamente sporcata dal rumore. Un elogio al minimalismo acustico, addolcito da grande timidezza compositiva. Resta l'impressione di un talento in grado di guadagnare uno spazio importante. Fossi in voi, lo ascolterei.

Stefano 'Acty' Rocco
Rockit
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Herself
God is a major
CD Jestrai/Venus
(2006)

Nuova uscita in casa Jestrai. Gioele Valenti, in arte Herself, ci regala un disco intimista e pacato, suonato quasi interamente in acustico e che riserva davvero dei bei momenti come la psichedelica Hidden o la ruvidissima To become a trappist, unica traccia elettrica del disco che ricorda i Kills per immediatezza e minimalismo. Il resto dell'album si compone di canzoni malinconiche che hanno molto in comune con certe cose di artisti come Spraklehorse e Michael Gira. folk cantautorale sperimentale lo si potrebbe definire, qualcosa per cui bisogna mettersi calmi e ascoltare senza aver fretta. Le canzoni ci sono e la soffusa Waterline e la claustrofobica Day goes by non fanno che confermare la qualità del prodotto. Certo si potrebbe citare una certa autoindulgenza in certi passaggi, ma la stoffa c'è e se Gioele riuscirà a sviluppare il dono della sintesi senza troppo perdersi in certe atmosfere, il futuro sarà roseo (7)

Francesco Nutini
ROCKSOUND n 102
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Herself
God is a major
CD Jestrai/Venus
(2006)

Di solito i titoli dei dischi indie italiani sono banali. Un dato che sembra confermare quello che dicono – con notevole onestà intellettuale – i Le Man Avec Les Lunettes: l’inglese viene spesso usato per mascherare una cronica incapacità di scrivere qualcosa di artisticamente valido. Ciò non vuol dire però che non ci siano le eccezioni. È il caso di Gioele Valenti, titolare di un progetto neo folk che, dopo anni di sbattimenti, sta finalmente per trovare la giusta ribalta a livello nazionale con God Is A Major, in uscita per la Jestrai. Per Herself, allora, Dio è una major. Una sentenza inappellabile, se presa alla lettera. Ma il sospetto che dietro questa frase ci sia una buona dose di sarcasmo è forte. D’altronde, è difficile immaginarsi l’indie rock alzare bandiera bianca nei confronti di un mondo – quello delle case discografiche multinazionali – che tenta di schiacciarlo con politiche ambigue e ricattatorie. God Is A Major è il miglior esempio possibile di esuberanza creativa della scena indipendente moderna. Un disco che sembra provenire da quell’America oscura e introversa che spesso fa capolino tra le casse dei nostri stereo – un continuo mescolare Iron & Wine, Sparklehorse e Damien Jurado per un continuo e desolato struggimento dell’animo. Un’America che però viene riletta sotto un’ottica europea, le cui coordinate sonore portano in una zona a metà strada tra la Abbey Road dei Beatles e la luna – rosa e un po’ triste – cantata da Nick Drake. Fa tutto da solo, Gioele Valenti. E riesce con poco a colpire nel segno. July 2, By The Lake è un arpeggio di chitarra acustica che se durasse per l’eternità ci permetterebbe di non sentire sulle nostre spalle il lento scorrere del tempo. Stand In A Graveyard è una ninna nanna pop deviata da venature lo-fi, un affresco melodico che richiama un’altra avventura musicale di Valenti, i Rebekah Spleen (usciti qualche anno fa su Wallace). Perpetual, Youth è un miracoloso crescendo di post rock acustico ed emozioni come se piovesse, mentre la quadratura del cerchio è affidata all’ottimo To Become A Trappist/Aerolith, cinque minuti di brutalità senza speranza che fanno terra bruciata di quanto ascoltato nelle tracce precedenti, lasciando sul campo mucchi ardenti di dissonanze e cacofonie. Herself è bella musica, quindi. Herself è l’Italia che non ha paura di alzarsi in piedi e guardare dritto negli occhi, da primus inter pares, gli osannati eroi a stelle e strisce. Herself è la testimonianza che se Dio è una major, noi siamo i primi degli eretici. E ne siamo orgogliosi. [7.5/10]

Manfredi Lamartina
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Herself
God is a major
CD Jestrai/Venus
(2006)

Il sogno di Herself vive del desiderio di solitudine e di intimità con sé stessi che alberga nell’animo del suo alter ego carnale, Gioele Valente. Vive delle intuizioni sperimentali e lo-fi del suo intestatario, dei suoi ascolti, del minimalismo cui è tanto affezionato (3 strumenti: chitarra, voce e campionatore registrati con un mixer a 4 piste preferibilmente in una casa disabitata). God Is A Major (Jestrai/2006) è un disco di Folk-Rock Crepuscolare di quelli che ultimamente sembrano aver trovato un terreno estremamente fecondo in Italia (vedi Songs for Ulan e Cesare Basile), di quelli che non possono essere ascoltati se non a le luci spente e senza impegni per la serata. Il tutto comincia con la placida strumentale 5.38/Down In My Garden e si conclude con l’unico episodio noise, a tratti quasi industrial, ossia quella To Become A Trappist/Aerolith che sembra esser un tributo al suo passato da rumorista. Nel mezzo, si intrecciano scenari apocalittici estremamente cupi (Hidden, Waterline, ma soprattutto Report) e momenti velati di una malinconia quasi dolce (“July 2, by the Lake”, la strumentale Perpetual, Youth e quella Stoned che sa tanto di cameretta). Gioele pone in essere melodie non difficili, su cui però gli innesti di riff ipnotici, i campionamenti laddove non te li aspetti e le voci sussurrate che spesso scemano senza soluzione di continuità nelle parti strumentali, lasciano un solo possibile interrogativo: Should we Feel Fucking Strange?

Gianluca Lebani
http://fdfmusica.splinder.com/
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Herself
God is a major
CD Jestrai/Venus
(2006)

Dieci canzoni che sembrano uscite dalla penna di Grant Lee Phillips. Crude, nude, melanconiche eppure incredibilmente calde. Si presenta così il giovane cantautore siciliano Gioele Valenti, arrivato con “God Is A Major” al traguardo del secondo album. Voce, chitarra acustica e un semplice campionatore bastano a Gioele per raccontare le sue storie: “here’s the one you care, hidden in your heart” intona nella prima canzone vera dell’album, dopo che uno strumentale ha appena finito di stabilire le coordinate dell’ascolto. Rivulets farebbe carte false per scrivere canzoni come queste: scarne, sussurrate e vestite solo di particolari da scoprire ascolto dopo ascolto. Come i fiumi di elettricità che scorrono sotterranei in “Waterline”, uno dei brani più cupi della raccolta. Altrove è il sole coperto di nuvole di Sophia e Sparklehorse a scaldare le melodie di “God Is A Major” con tutto quel carico di melanconia confortevole che può diventare quasi gioiosa. Unica eccezione all’inquieto dreamfolk dell’album il noise lo-fi di “To Become a Trappist/Aerolith” messo simbolicamente come ultima traccia.

Roberto Mandolini
http://www.losingtoday.com/it/
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Rockit:
di Stefano 'Acty' Rocco

Prendete Sparklehorse, Goodmorningboy, Iron & Wine e uno a caso tra Devendra Banhart, Nick Cave e Beck. Chiudeteli tutti insieme in una stanza satura di fumo, con le pareti vagamente psichedeliche. Dategli una sola chitarra acustica ed un campionatore. Aspettate due giorni e poi tornate a vedere cosa hanno combinato. Se non si sono uccisi tra loro, avranno tirato fuori qualcosa che si avvicina alla musica degli Herself. Messa in questo modo, sembrerebbe un gran casino, in realtà è tutto estremamente semplice. Intendiamoci: nessun capolavoro all'orizzonte, ma questo disco è indubbiamente qualcosa che merita attenzione, perchè Gioele Valenti, l'uomo che tiene in mano la chitarra e scrive le canzoni, è davvero uno che ha gusto. Nel suo esordio per l'etichetta Subcasotto, mette in fila nove canzoni piccole piccole, che se non stupiscono, poco ci manca. Un folk intimo e notturno che si sporca nel lo-fi, rovesciando frammenti di canzone d'autore in un pop estremamente cupo. Lancinanti melodie, sussurrate con la voce roca e timida di un cantautore decadente. Un suono scarno ma sensuale, capace di creare ambienti angoscianti eppure estremamente accoglienti. La forma canzone che incontra il romanticismo e si sfoga su una chitarra arpeggiata e strimpellata. Qualche incursione nella ballata rock, immediatamente sporcata dal rumore. Un elogio al minimalismo acustico, addolcito da grande timidezza compositiva. Peccato per la pronunciata tendenza ad abbandonarsi all'indie rock americano, quello più dimesso e afflitto. Resta però l'impressione di un talento in grado di guadagnare uno spazio importante. Fossi in voi, lo ascolterei.
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Balarm:

Dopo circa tre anni della loro attività ecco il lavoro degli Herself realizzarsi in questo disco dal titolo “Please please please leave now”, quasi riecheggia la vecchia canzone di Morrysey, Marr e compagni. Il disco, un home recording, un fai da te pubblicato per la Subcasotto Records di Milano, etichetta dal nome inquietante come lo stesso Gioele Valenti, che ha scritto e registrato l’intero lavoro, ha voluto sottolineare alla presentazione, è un ottimo punto di arrivo ma soprattutto un punto di partenza dato che il vero lavoro comincia adesso. Ma andiamo ad analizzare il disco in ogni suo frammento… Si parte con un brano dal significativo titolo “Wow” che suona più come un intro onirico con lo scopo di introdurci in quella che sarà un po’ l’atmosfera del disco. A seguire “Beggars & Sand” ci catapulta in dimensioni acide e paesaggi desertici dove sembra di sentire la voce di Hugo Race con i suoi True Spirits. Subito dopo si entra in un ambito più prettamente folk e molto più herself almeno per come fino ad oggi li abbiamo conosciuti, con la splendida “Know you” e “So nice” già nota a chi ha potuto ascoltare il gruppo dal vivo o il suo primo ep. Si mantiene la stessa attitudine con la ballata psichedelica “Break the door”, voce e chitarra, in pieno stile Pink Moon del compianto Nick Drake. Con “The hardest thing to say” ci si immerge nuovamente in atmosfere oniriche, un brano strumentale dove è quasi possibile leggere una trama…fate voi. Arriva inevitabilmente il classico, almeno per chi segue il gruppo da un po’ di tempo: “Patrick Swayze”, nome dell’attore scomparso dalla scena, nel senso che non lo si vede da tempo in un film, non nel senso di River Phoenix. Qualcuno si ricorderà di Swayze in Ghost e I ragazzi della 56ma strada…a proposito…che fine ha fatto Ralph Macchio? E siamo agli sgoccioli ma il meglio deve ancora arrivare. “Between two starz” è una ballata lenta ma dal ritmo sostenuto e accattivante, quasi meccanica, con una voce sussurrata, senza dubbio uno dei brani più toccanti del disco. Poi però arriva “Suite Creep”…da sola vale tutto il disco. Per chiunque ama la nuova ondata folk, artisti come Sparklehorse, Elliot Smith, Bonny Prince Billy, Gastr del Sol, Eels e per i più nostalgici amanti di Nick Drake, il disco celebra l’amore per questo particolare suono, un disco nostalgico e carico di sentimento, per certi versi molto poco europeo e il fatto che provenga dalla camera da letto di un ragazzo cresciuto di Palermo non può che sorprenderci. Herself è una band in continua evoluzione, l’intero disco è una sorpresa che oltre a dare un buon avvio alla band dovrebbe servire da incoraggiamento alle giovani indie-band palermitane in un ambiente che non è certo dei più favorevoli.

Carlo Pestìa
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Movimenta:

La misconosciuta e indipendentissima label lecchese "subcasotto", guidata da Roberto Maggioni, dà alle stampe la terza uscita della sua ancor giovane vita. Gli Herself sono la personale creatura di Giole Valenti, già nei Rebekah Spleen(wallace records) e con un libro di poesie fresco di pubblicazzione intitolato 'raven shaped moon'. Il palermitano qui fà tutto da solo scrivendo, suonando e registrando il disco in casa sua. Il materiale che ci troviamo dentro è un cantautorato che aderisce allecoordinate neo-folk tracciate al di là dell'oceano da nomi tutelari come Sparklehorse e Will Oldham ma con ampie aperture che possono ricordare i Mogwai più placidi pre esplosione. Le atmosfere scarne e essenziali vengono quasi sempre innaffiate da tenui suoni elettronici di sintetizzatore e in 'the hardest thing to say' le iniziali lande alla Godspeed... sfociano in dieci secondi di elettronica warpiana. Sicuramente un disco abbastanza freddo che però dopo una buona dose di ascolti inizia a regalare le prime emozioni. 'break that door!' a mio parere è il miglior pezzo dell'album ma non chiedetemi perchè.

By Marcello Consonni
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Kathodik:

S'incontrano un giorno in Sicilia, per fortuna, i casi della vita, diciamo pure il destino, Mark Linkous (Sparklehorse), Hayden e Gioele Valenti. Si chiudono in una stanza, presa da quest'ultimo in affitto, e iniziano a provare con una strumentazione ridotta all'osso, chitarra acustica e batteria. Nasce Herself. Da quel giorno non sono più usciti! In realtà non è andata proprio così: a Palermo era, la stanza c'era, Gioele pure. Mancavano (ma solo fisicamente!) gli altri. Già musicista come membro dei Rebekah Spleen, Gioele Valenti diventa in seguito anche scrittore, appena edito il suo libro 'Raven Shaped Mood' per Edizioni il Filo. Un'artista a tutto tondo, dunque, che suona e registra completamente da solo questo suo album d'esordio, prima tappa di un percorso creativo passato attraverso Arezzo Wave 2003, che lo ha portato fin qui in breve tempo. Canzoni pop, canzoni folk, soffertissime alcune, tristissime altre, tutte bellissime, tutte che meritano attenzione.

Emanuele Carbini.
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Idbox:

È un disco per certi versi spiazzante. Perché Gioele Valenti, titolare del progetto Herself, in questo “Please Please Please Leave Now” si presenta da solo, voce e chitarra, senza l’abituale band che lo sostiene dal vivo. L’avviso, quindi, è d’obbligo per chi conosce l’esaltante esperienza live degli Herself: scordatevi certe emozionanti impennate post-rock di cui si cibano le scalette dei brani. Alcuni splendidi pezzi che abitualmente fanno capolino ai concerti sono stati – inspiegabilmente – esclusi dal cd, in favore di un approccio folk più intimo e sussurrato. Sia chiaro, la materia trattata è comunque ottima e abbondante. L’arpeggio di “Break That Door!”, ad esempio, sa sedurre con poco. “Patrick Swayze” è il prototipo della ballata perfetta. E la chiusura di “Suite Creep” assume i contorni sfumati di una nebbia che lentamente cala sulla notte. Tutto bello, quindi.

Manfredi Lamartina
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Supermizzi.com

Herself è lo pseudonimo di Gioele Valenti, musicista (già con i Rebekah Spleen) e scrittore palermitano (da poco pubblicato per le edizioni Il Filo il suo ultimo libro “Raven shaped mood”), giunto all’esordio sulla lunga distanza dopo un ep uscito qualche tempo fa e la partecipazione ad Arezzo Wave 2003. In questo "Please Please Please Leave Now” - edito dall’interessante etichetta Subcasotto (www.subcasotto.org) - fa tutto da solo: compone, suona, canta e registra le 9 tracce contenute nel cd senza uscire dalla propria stanzetta, che diventa altresì un luogo dell’anima, la metafora di uno stato d’animo in cui trovare fonte d’ispirazione. Il risultato è un prodotto pop di qualità, molto intimo e personale, dove ad un’indole malinconica fa eco la delicatezza degli arrangiamenti, con la voce e la chitarra acustica quasi sempre in primo piano. Si tratta di una scelta stilistica che richiede molta cura e tanta fatica per essere affinata, ma il talento c’è e lascia senz’altro prevedere buoni frutti per il futuro.

Guido Siliotto
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Freak out

Herself - Please please please leave now (Subcasotto) Una rarefatta voce femminile sembra voler intonare una litania su frequenze disturbate. Quando sembra finalmente farcela, si dispiega la marcia metronomica di “Beggars and sand”, secca, scandita da accordi rubati ai Massimo Volume. La voce, benchè sussurrata, è minacciosa come l’atmosfera generale e neanche quando il brano si apre si scioglie il nodo nella gola. Dovremo aspettare “Know you” per far distendere i nervi tesi dall’episodio precedente ma resterà comunque una malinconia di fondo, come Yuppie Flu in acustico. E acustica è la dimensione su cui si assesterà questo lavoro: “So nice”, delicata gemma assimilabile a quadretti di gente come Bevel o Drunk, “Break that door”, primo vero raggio di sole del disco, bella nella sua struttura arpeggiata interrotta da uno uno squarcio di luce. Strane parentesi in cui suoni lontani e siderali convivono con rumori industrial non alterano l’equilibrio raggiunto da Herself che sarebbe lo scrittore e musicista Gioele Valenti (già Rebekah Spleen su Wallace) accompagnato dai suoi fidi amici. Ricca di importanti riferimenti, questa è musica che cresce con l’ascolto, ma bisogna concederle l’attenzione che merita perché non scalpiterà per imporsi alle vostre orecchie.

A.Giulio Magliulo
(04/03/2005)
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Il siciliano Gioele Valenti scrive (recentemente le Edizioni Il Filo hanno pubblicato il suo libro "Raven Shaped Mood") e suona (nei Rebeka Spleen, del roster Wallace Records). Il suo ultimo prodotto musicale da solista esce sotto lo pseudonimo Herself, e sta esattamente al crocevia tra post-rock, lo-fi, new acoustic ed indie-folk, con un cantato timido, intimo, sospirato, sussurrato. Notturno, esattamente come le atmosfere create nelle nove, intensissime, tracce del disco, le quali non disdegnano neppure accenni di elettronica indipendente. Materia densa ed interessante, dunque, maneggiata con un indole molto personale, che se a tratti può ricordare certe cose fatte da Will Oldham (sotto i suoi molteplici alias: Palace, Bonnie "Prince" Billy, ecc.) o da Iron And Wine, il più delle volte sorprende per la particolarità delle soluzioni adottate, solo a prima vista semplici ed alcune delle quali davvero lodevoli. Marchiamolo stretto il progetto Herself, ché potrà riservarci belle sorprese da qui in avanti.

losingtoday.it
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HERSELF
PLEASE PLEASE PLEASE LEAVE NOW
(Subcasotto)
DI NICOLò MULAS
Label Web Site

Musicista di talento già nella formazione dei Rebekah Spleen, Gioele Valenti propone questo progetto solista dalle sembianze decisamente introspettive in bilico tra neo-folk e pop acustico con un unico leit motiv, quello della malinconia. Canzoni profonde ma al tempo stesso semplici, sempre sussurrate, quasi a voler sottolineare una ricercata intimità, quella della stanza di Gioele a Palermo dove è stato interamente registrato questo disco. Brani di una dolcezza disarmante come “Know you” o “So nice” convivono con le sonorità più cupe di “Beggars and sand” e quelle elettroniche di “The hardest thing to say”. Sopraffina è la poesia di “Between two starz” che diventa poi limpida e fluttuante sulle note di “Suite creep” che chiude il disco. Gioele Valenti non ha paura di esprimere la sua intimità e lo fa con una conturbante veste di dolcezza ed inquietudine.

NICOLò MULAS
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